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Ricordate il film “THE FANTASTIC VOYAGE”? In italiano si chiamò “Viaggio allucinante”: magistralmente diretto nel ’66 da Richard Fleischer, raccontava la storia di quel gruppetto di medici che, per operare al cervello di uno scienziato, venivano miniaturizzati e a bordo di un sommergibile pure ridotto a proporzioni microscopiche, venivano introdotti nel corpo malato e dopo varie peripezie riuscivano a portare a termine il loro intervento. Fu un film di grande successo, che suscitò appassionanti commenti e molti interrogativi e polemiche, perché, si disse allora, raccontava un fatto vero che tutti negavano fosse tale: quasi che nel nostro secolo ancora potessero farci paura le conquiste della tecnica, dopo che ne avevamo viste di cotte e di crude. Eravamo cioè al punto che se ci avessero spostato da un pianeta all’altro in un microsecondo non ci avrebbe fatto neppure un briciolo d’impressione…


Q uel che nessuno disse, a proposito del processo di miniaturizzazione collaudato in quella faccenda, riguardava una seconda occasione in cui lo stesso processo fu utilizzato. Si trattò di una faccenda segretissima che oggi, a distanza di oltre cinquant’anni da quel maggio del ’66, appare quasi incredibile: anche perché i governanti di allora misero immediatamente al bando quel tipo di indagine scientifica ed i governanti che gli succedettero furono ben d’accordo con loro. Temevano allora, come temono oggi, un’ondata incontrollabile di panico.


E bbene. Siccome sono convinto che in futuro a qualcuno la storia potrebbe interessare, ho deciso di metterla per iscritto e di consegnarla ad un notaio, il quale la terrà chiusa in cassaforte. A dispetto di tutto, mi sono deciso a raccontare io la seconda fase della storia della “miniaturizzazione”, anche perché è un rospo troppo grosso da tener dentro…


Mentre nel primo esperimento di miniaturizzazione erano stati coinvolti dei medici ed un ingegnere, per il secondo furono prescelti alcuni Padovani ben abituati a volare con la fantasia. Devo dire onestamente che dopo quel viaggio mi sono buttato nel vino, un rifugio abbastanza sicuro per dimenticare e per essere lasciato tranquillo da quelli della Sicurezza, che mi volevano sondare il cervello….


La seconda missione del “progetto miniaturizzazione” riguardava l’atomo: allora gli studi in proposito erano molto avanti in tutti i Paesi, ed era diffusa la convinzione che oltre gli atomi che formavano la molecola e il nucleo con gli elettroni che in ciascun atomo gli giravano attorno, ci fosse ben altro da scoprire… E siccome si temeva di arrivare ad importanti scoperte dopo che c’erano già arrivati altri, poiché gli studi procedevano con estrema lentezza e per tentativi, tra comprensibili difficoltà, decisero di risolvere il problema ricorrendo alla miniaturizzazione e mandando qualcuno nell’infinitamente piccolo dell’atomo a vedere di persona che cosa c’era. Quel qualcuno eravamo appunto noi: il Comandante, KLAUS PICHLER, che aveva inventato il principio dell’ubiquità spostandosi nei meandri della Finanza, il sottoscritto  Luis Stradivarius (pilota, Maestro di Prima Classe), Rino Garavello e Paolo Sanavio (i boss della scenografia), il noto fisicomico toscano Domenico Tacchi, scelto perché già per le sue opere aveva fatto più volte il giro del mondo, il col. Gianburrasca, responsabile della salute fisica e psichica dell’equipaggio, e la Gentildonna Ivana Di Klaus: Maestra d’Arti, Scienze, Spettacolo e Beneficenza.


Il sommergibile da miniaturizzare fu opportunamente modificato: al posto dell’elica e dell’apparato di turbìne necessari per muoversi nell’acqua, misero un reattore. Le pinne furono sostituite con ali un po’ tozze ma assai efficaci, cosicché sin dai primi collaudi tutto funzionò a dovere: il grosso sommergibile si muoveva nell’aria abbastanza docilmente, ed ulteriori modifiche gli consentirono di raggiungere velocità assai elevate. Sembrava proprio un sigaro volante, e durante i segretissimi collaudi sul cielo di Desenzano, dove operava la gentildonna Ivana, ci fu un sacco di gente che giurava di aver visto arrivare i marziani: nessuno naturalmente ci credeva.

Così, in men che non si dica, ci trovammo pronti a partire per esplorare l’atomo: in un enorme salone, proprio al centro, sistemarono il sigaro volante; davanti, su un piedistallo d’acciaio levigatissimo, c’era un cubo di un centimetro di lato, in plastica trasparente. La facciata superiore aveva un foro, più piccolo della punta di uno spillo, attraverso il quale doveva infilarsi il nostro sommergibile, appena miniaturizzato. Avremmo dovuto esplorare uno degli atomi che formavano le molecole contenute appunto in quel dannato centimetro cubo.


Tutt’attorno, una folla di militari, di scienziati e di tecnici, molto indaffarati sui terminali video, pronti a seguirci per quanto possibile nel nostro viaggio nell’infinitevolissimevolmente piccolo… Entrammo nel sommergibile, chiudemmo porte e portelli e si iniziò il conteggio alla rovescia per quel viaggio, in un’atmosfera non tanto preoccupata, visto che il primo esperimento di miniaturizzazione tutto sommato era andato  bene. Anche noi tutto sommato eravamo abbastanza tranquilli e fu quasi con soddisfazione che ci accingemmo ad affrontare la nostra missione quando l’altoparlante ci comunicò l’inizio della miniaturizzazione. Dai nostri monitor vedevamo le facce di quelli che erano lì attorno con gli occhi sgranati seguire l’immagine del sommergibile che istante dopo istante diventava più piccolo, sempre più piccolo, sempre più piccolo…


Il senso delle dimensioni ben presto lo perdemmo, dopo aver visto quelli che ci stavano attorno diventare enormemente grandi… E quando avviai il reattore dopo essermi collegato al segnale guida che proveniva dalla sommità del cubo di plastica, per poter trovare senza difficoltà il foro d’ingresso, già da un bel po’ le telecamere non ci mostravano più niente di quello che c’era nel salone. Perché, ci era già stato spiegato, i millimetri equivalevano ora a centinaia di migliaia di chilometri, e le telecamere avevano una portata di qualche centinaio di metri.


Oh!, come ricordo il bip bip del segnale guida! Me lo sento ancora nel cervello come se fosse passato un minuto, non cinquant’anni: trovammo la nostra destinazione, ovvero il foro sulla facciata superiore del centimetro cubo, senza alcuna difficoltà. Guidati dal computer di bordo ci tuffammo dentro il foro senza neppure poterlo vedere: per noi aveva probabilmente un diametro che, in proporzione, ci sarebbe passata anche la luna.


E piombammo così nell’Universo di molecole e di atomi racchiuso dentro il cubo di plastica. “Il primo atomo che vi capita a tiro”, ci avevano detto e ripetuto prima di iniziare la missione! Che controsenso! Eravamo sperduti in un blu del colore della notte e, sì, proprio come tante volte nelle notti serene avevamo guardato le stelle, così al di fuori attorno a noi c’erano allora, sospese nello spazio, centinaia di migliaia di stelle…


Un’intera galassia. Ce ne restammo ammirati dello spettacolo ben sapendo che stavamo guardano i nuclei degli atomi, attorno ai quali ruotavano, come pianeti, gli elettroni… Ma l’impressione di trovarci in una galassia era talmente reale che il Comandante mi invitò a dirigere il “sigaro volante” verso l’atomo che aveva localizzato nel suo monitor, e che era il più vicino a noi, dicendomi: ”Quello sembra il sole…”. Ci tuffammo nello spazio blu verso quell’atomo e mano a mano che ingrandiva sui nostri schermi potemmo vedere che nove elettroni ruotavano attorno al suo nucleo. Scegliemmo il terzo elettrone dal nucleo di fuoco, e col nostro veicolo ci tuffammo in quella specie di atmosfera…


Ci trovammo, primi uomini nella storia del genere umano, a guardare quella realtà che tanti scienziati di tanti Paesi cercavano di scoprire. Una realtà incredibile, assurda, inconcepibile…


E quando essa in noi si fece strada, ci lasciò senza parole, senza pensieri, quasi che il nostro cervello fosse troppo piccolo per contenerla: sotto di noi sfilava la superficie dell’elettrone… ed era il panorama della nostra Terra. Ecco l’Asia, ecco l’Europa, l’Oceano Atlantico e…


Il bip bip del segnale guida si rifece sentire nella nostra cabina, ci guidò al punto di partenza: sfondammo una parete dell’immenso salone dal quale eravamo partiti, mentre la folla di militari, di scienziati e di tecnici ci guardava allibita. Sentii appena l’Ivana sussurrare “Guarda, siamo grandi come loro…”


Pierluigi Violin


Dedicata al

Comandante

KLAUS PICHLER

28 Maggio 2011




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L’AUTOSTRADA SERENISSIMA è un po' il cuore commerciale, industriale e turistico del Triveneto. Un'arteria di importanza vitale, sulla quale il traffico è intenso tutte le ore, tutti i giorni, tutte le settimane. Il tratto più importante è da Padova a Venezia (terminal di Mestre), con un'uscita ed un'entrata intermedie a Dolo. Nel 1953, in occasione del cinquantenario dell'apertura della Serenissima, si sono iniziati i lavori per la terza corsia, per le uscite ad alta velocità, per i "complanari" e le "bretelle" che dalla tangenziale di Mestre collegano l'autostrada oltre che con le città di Venezia e Treviso, con gli aeroporti di Tessera e di Quinto di Treviso, con gli eliporti sparsi  sulla Riviera Adriatica e con le darsene dove attendono il risveglio i potenti motori marini ad acqua gassata degli aliscafi da diporto.


Vent'anni dopo le corsie erano già sei, e finalmente il trauma dei lavori in corso fu superato con un robot-operaio che faceva tutto senza stancarsi mai...Era una delle prime di una serie di realizzazioni della BERAGNHODA, la supersocietà nata (grazie alla mediazione di Giulio Andreotti, che si era appena ritirato dalla politica, dopo il fenomeno delle Tangentopoli e la GCP, la Grande Crisi Politica che per diciassette anni  travagliò l'Italia) dall’unione di Berlusconi, Agnelli, Honda e D’Alema. La BERAGNHODA fa tutto ed è proprietaria di tutto o quasi. A parte i politici, il 40 per cento della popolazione lavora per la BERAGNHODA e tutti gli altri invece dipendono dallo Stato che li paga con le tasse versate dalla BERAGNHODA...


Ore 00.00 del 30 Giugno 2033 - Si chiamava Giancarlo Gambaro il presidente della SPA Serenissima, colui che cinquanta anni prima, nel 1983, aveva dato il via ad una serie di lavori, destinati ad essere integrati con le conquiste della tecnica, con l'automazione dei servizi e poi con l'elettronica, trasformando la vecchia autostrada nel cuore del Veneto in un capolavoro di sicurezza ed efficienza. Già nell’83 si pensava ad un computer per gestire il traffico, eliminando le code che già allora tormentavano entrate ed uscite. "Sistema Gamba" fu soprannominato il complesso delle misure elettroniche attuate allora per coordinare l'intenso traffico sulla A4., cui dapprima provvedevano alcuni  ingegneri elettronici, sostituiti poi da un computer che, col passare degli anni, era stato cambiato per ben cinque volte per le crescenti esigenze del traffico. Il computer in funzione il 15 giugno 2033 aveva soltanto un paio di anni, ed era giustamente ritenuto una macchina formidabile, insuperabile: si chiamava AT-86552 ed era quanto di più sofisticato la tecnologia umana fosse riuscita a realizzare.


AT-86552 registrò la fine del quattordicesimo giorno del mese di giugno e l'inizio del quindicesimo lasciando alle sue memorie tutti i dati relativi al traffico del giorno appena concluso e verificando in millesimi di secondo l'attuale situazione. Sulla Serenissima il traffico era in aumento ed AT-86552 accrebbe la velocità di tutti i veicoli da 60 a 63 chilometri all'ora, per lasciar spazio alle auto ed alle autocorriere che si apprestavano ad immettersi sull'autostrada dalle entrate di Padova Est, di Padova Ovest e di Padova Sud. Sull'autostrada la sola corsia di emergenza era perfettamente sgombra. Sulle altre 18 corsie in quel momento si trovavano 8.864 veicoli: 2.350 regolarmente distribuiti sulle otto corsie riservate al traffico commerciale, 932 sulle due corsie riservate agli abbonati, 5.512 sulle sei corsie adibite al traffico turistico, 70 sulla corsia a due velocità riservata ai servizi di sicurezza. AT-86552 registrò il nominativo delle auto che in quell'istante uscivano dal terminal di Mestre addebitando l'importo del viaggio in sui conti dei proprietari e, con il tradizionale "Il viaggio sulla Serenissima è terminato, riprendere il controllo con il computer di bordo", trasmesso in tutti i veicoli, staccò i contatti della guida automatica  inviando alle sue memorie tutti i dati relativi alle prime 72 auto che uscivano quel giorno dall'autostrada. Una dei servizi di sicurezza, 62 di turisti, 9 di veicoli commerciali. Due agenti, 72 conducenti per i mezzi di trasporto, 163 persone nelle auto dei turisti. Famigliole che avevano iniziato per tempo il viaggio soprattutto allo scopo di non perdere neppure un'ora delle "grandi vacanze". In tutto 93 persone. AT-86552 le catalogò per età, per sesso, per motivi del viaggio e inviò i dati alle memorie, mentre controllava l'afflusso agli svincoli di Padova Est, di Padova Ovest e di Padova Sud, sui quali le auto occupavano tutti i diciotto ingressi. Dal Nord, da Verona, da Brescia, da Milano, dal Brennero il fiume di veicoli che si dirigeva verso Venezia continuava. Interminabile, incessante, monotono. E da tutti gli ingressi altri veicoli si apprestavano ad inserirsi sulle corsie di laminato plastico. Le "grandi vacanze" erano cominciate.  

Ore 01.00 del 15 Giugno 2033- Il Videogiornale delle 24 mostrò le immagini a tre dimensioni della Serenissima: il terminal di Mestre si apriva come un fiore con le sue 72 uscite sulle 36 corsie dell'autostrada, dalle quali fluivano con un fruscio appena avvertibile dei motori elettrici, auto di ogni tipo e dimensione, pullman a più piani, autotreni commerciali. "Anche oggi il traffico sulla Serenissima è assai intenso - esordì sorridendo la Bella Cleo, nota annunciatrice di Canale OTTO - ma come al solito tutto si svolge con regolarità. Il computer dell'Autostrada prevede una eccezionale ondata di turisti italiani e stranieri, diretti verso le località del Veneto e della Riviera Adriatica..." Le immagini si dissolsero sulle luci delle auto e degli altri veicoli, che da sole si accendevano all'uscita dell'Autostrada. Sulla Serenissima, come su tutte le altre autostrade, si viaggiava al buio e tutti i veicoli erano sempre sotto il controllo del computer centrale, che si collegava al computer di bordo del veicolo provvedendo ad una guida sicura. Nell'interno delle vetture gli occupanti conversavano tranquillamente, mangiavano o dormivano o guardavano la TV 3D o pomiciavano,  ed i bambini avevano  un monitor per i giochi elettronici, con una biblioteca inesauribile che il computer centrale inseriva non appena gli provenivano le richieste. Le auto e gli altri veicoli scivolavano sul laminato plastico dell'autostrada grazie al cuscino d'aria che ormai da un paio di decenni aveva soppiantato i vecchi pneumatici. All'interno delle vetture il silenzio era perfetto: i motori elettrici perfezionati a Padova, ancora al tempo del Sindaco Giustina Destro, avevano soppiantato i motori a scoppio, ed i problemi energetici che negli ultimi decenni del secolo scorso avevano angustiato il mondo erano stati risolti. Alla alimentazione dei motori provvedevano speciali batterie, ricaricate durante i viaggi da appositi "punti-luce", riforniti dalla luce del sole. Sulle autostrade i "punti-luce" erano regolarmente distribuiti lungo la siepe-spartitraffico centrale: i veicoli si rifornivano a distanza, automaticamente, durante la corsa, ed il computer centrale annotava il corrispondente valore delle unità-luce erogate, addebitandole sul conto personale del proprietario del veicolo, in qualunque punto del pianeta.


Ore 01.00  del 15 Giugno 2033- A Padova Est , Gegè Vezzaro lasciò la guida della sua vecchia Fiatni (la casa automobilistica sorta con la fusione tra  Fiat e Nissan) quando il computer dell'autostrada gli disse dagli otto stereo della vettura: "State per iniziare il viaggio sulla Serenissima. Lasciate la guida della vostra auto, comunicate la destinazione ed identificatevi". Gegè lasciò la cloche, che si ritrasse nell'apposito spazio nella plancia, dicendo "Mestre" e mostrando all'occhio della telecamera che si era acceso sul cruscotto i suoi documenti: una tesserina azzurra dalla quale A-86552 lesse gli impulsi elettronici per sapere chi era alla guida e chi viaggiava con lui. AT-86552 chiese ancora lo scopo del viaggio ("turismo") e inviò i dati alle sue memorie, compiendo nel medesimo istante le medesime operazioni con le altre diciassette auto che si immettevano da Padova Est e da Padova Ovest, assorbendo nel contempo il fiume di dati che gli trasmetteva il computer di Vicenza sulle auto e sugli altri veicoli che sull'autostrada avrebbero proseguito la corsa oltre l'uscita di Padova. Gegè accese le luci  all'interno della sua Fiatni e fece ruotare verso destra il sedile, girandosi verso la Fanny che aveva azionato il dispositivo per il caffé. Sull'ampio sedile posteriore il loro ultimo figlio dormiva come fosse sul letto di casa: a dieci anni del viaggio in autostrada non gliene fregava niente, anche se quel tratto di autostrada era uno dei più moderni del mondo.


Ore 00.45 - 15 GIUGNO 2033 - L'ispettore Colombo si stiracchiò sulla poltroncina di guida e tese la mano per prendersi il caffé che gli porgeva l'agente alla sua destra. Sul monitor del computer interno si susseguivano le immagini ed i nomi delle persone che si trovavano nei veicoli che erano sulle altre corsie e che via via superavano, trasmesso dal computer centrale con assoluta precisione. Sulla corsia riservata si poteva viaggiare a due velocità, quella di tutti gli altri veicoli ed una superiore di 12 chilometri orari. Era "l'alta velocità" dell'autostrada, dove tutto era programmato e realizzato in funzione delle sicurezza assoluta. L'ispettore continuò a controllare i dati, senza preoccuparsi più che tanto: il computer di bordo, sempre collegato alla centrale, gli avrebbe subito segnalato eventuali esigenze di servizio. Non certo per incidenti - pensò - , non ne accadevano in autostrada da chissà quanto tempo. Anzi, pensandoci bene - si disse l'ispettore - non mi ricordo di averne mai visto uno.

Ore 09.30 – 15 GIUGNO 2033 - Frank Venuti - Francesco all'anagrafe - spostò il peso del corpo sul lato sinistro, ma non servì ad allentare la sensazione di disagio che da un po' di tempo lo attanagliava. Sprofondato nella comoda poltrona centrale della sua Skoda S. A. (super-accessoriata) lasciò per un attimo il visore, concentrandosi per capire il motivo di quella sensazione. Nel guardarsi attorno il blu-notte dei vetri dell'auto disparve come nella dissolvenza d'un film, lasciando trasparire le immagini esterne: auto ed auto sulla destra ed a sinistra, code interminabili davanti e dietro, fin dove lo sguardo poteva arrivare. E' una gran bella giornata, sembra quasi d'essere ad una processione, come quelle che si facevano una volta a Padova, quando la festa di Sant'Antonio si celebrava nella Basilica e per le strade, altro che adesso in televisione… Anche allora si procedeva un po' alla volta, come adesso in autostrada… Colse il riflesso del sole dal cristallo di un'auto più avanti: questione d'un attimo perché riportò lo sguardo al visore e all'istante si ritrovò nel blu-notte della sua Skoda. Stava studiando le Diapo 3 D animate, fedeli riproduzioni delle opere che erano esposte nella sua Galleria d'arte a Venezia. Le riproduzioni riguardavano prevalentemente paesaggi di fine secolo, visioni di boschi, immagini di ruscelli, corsi d'acqua… Le quotazioni di queste opere - sempre più ricercate - aumentavano di giorno in giorno. Era tutta un'altra cosa: allora la natura era un piacere davvero, era reale, viva… Altro che adesso: strade, superstrade, case, cemento e plastica, plastica e cemento…Dov'è finito il verde? Dove sono finite le piante, i pini, le magnolie che mi piacevano tanto? Nelle serre dello Stato per produrre ossigeno anche di notte col sole artificiale? Le immagini delle Diapo 3 D animate si susseguivano in un realismo che differiva dalla realtà soltanto per le dimensioni, ed il movimento dava la sensazione d'essere determinato da una leggera brezza di primavera: Ci sono anche gli uccellini, se li udissi cantare il realismo sarebbe completo, pensò. Cercò di dare un valore all'opera che stava guardando. Che strano, non riesco a concentrarmi. Non metto a fuoco i concetti vedendo le opere… Spostò ancora il peso del corpo, stavolta sul lato destro. La poltrona si adattò in un millisecondo per fornire il massimo comfort ed i sedici massaggiatori lombari entrarono dolcemente in azione, controllati dal computer dell'auto, che vedeva tutto, sentiva tutto e, naturalmente, provvedeva a tutto… Chissà perché ho preso la Skoda, e devo dire che non potevo certo scegliere di meglio. Saranno sofisticate le altre, ma questa ha qualcosa di più, un qualcosa che te la fa sentire proprio come se fosse una parte di te stesso. Sarà perché anche lei si è resa conto che io ho un po' di sangue del Nord… Frank Venuti rimase un po' assorto a sognare sulle sue origini longobarde, poi - svegliami appena arriviamo all'uscita di Mestre, disse al computer - si   addormentò, sognando Alboino e la sua discesa in Italia. Chissà se Teodolinda era una mia bisnonna…


ORE 10.30 – 15 GIUGNO 2033 - Con la poltroncina girevole girata all’indietro e leggermente reclinata, teneva la tela sulle ginocchia e osservava l’immensa fiumana di auto che procedeva a rilento in direzione di Venezia. Avrebbe voluto ritrarre la deliziosa ragazza che era alla guida dell’auto immediatamente dietro alla sua, ma lei aveva reso il vetro d’un intenso color blu notte e così lui non riusciva più a vederla. Checco Marchiori Van Gotten, il padovano eccellente, depose la superstilo che usava per dipingere e tese la mano verso il bicchiere di Refosco dal peduncolo rosso. Per fortuna, pensò gustando il liquido rosso rubino, ne ho una buona scorta: se continua a questa velocità, questo stupido viaggio durerà alcune ore. Cercando mentalmente un altro spunto per il suo quadro, Van Gotten trasse dal taschino l’orologio: un vecchio orologio che non aveva le diavolerie dei nuovi modelli. “Ma è il più preciso di tutti – pensò -, non per niente è l’orologio ufficiale delle Ferrovie Svizzere: guarda la lancetta dei secondi, è fatta come la paletta che usavano i capistazione per far partire i treni…”. Il calice, appena vuoto, si riempì da solo, portando la temperatura del Refosco a 12 gradi centigradi…, e rimase in attesa sospeso a mezz’aria e a portata della mano dell’artista. Van Gotten riprese la superstilo e l’avvicinò alla tela, concentrandosi sulla marea di auto che lo precedevano, lo affiancavano e lo seguivano. La stilo raccolse il suo modello mentale e lo trasmise alla tela intelligente, che d’un colpo si animò, ricevendo le immagini, riproducendole come le voleva Van Gotten, con luci, ombre, sfumature, colori.

Automaticamente la tela si collegò poi al computer centrale, per registrare e memorizzare l’opera. Van Gotten riprese il calice e, appena vuoto, lo lasciò a mezz’aria: il calice si riempì da solo, portò la temperatura del Refosco a 12 gradi, e si rifermò a mezz'aria e a portata di mano, in attesa...

15 Giugno 2033 - Ore 12.30 - Toma, padovano di lontane origini asburgiche, titolare con il figlio Toma e con il nipote Toma dello Studio fotografico "Fotolux di Toma & Toma  & Toma International Ltd", con sede principale accanto al Duomo di Padova, diede una distratta occhiata alle sofisticate apparecchiature fotografiche che aveva sistemato accanto a sé, sul sedile di destra della sua vecchia Alfa Romeo: stava tornando da un matrimonio ed aveva immortalato nelle sue pellicole TOMA 3 D i fatidici istanti del "sì" e della P. S.  - perenne saldatura - degli anelli all'indice dello sposo, figlio del famoso ristoratore Feller, e della sposa, una stupenda fanciulla dai capelli rossi, figlia dell'altrettanto graziosa Monica, che appresa l'arte della tipica cucina veneta con lo stesso Feller, aveva iniziato a fargli concorrenza aprendo una serie di ristorantini "alla cacciatora"… Poi Toma fissò il quadrante dell'orologio che suo figlio aveva installato sul cruscotto. Era uno di quei nuovi modelli tanto di moda: un misto tra computer con un pizzico di intelligenza artificiale, ed una complessa macchina, metà svizzera e metà giapponese, per misurare il tempo. Il tutto era stato miniaturizzato nelle dimensioni di una monetina, ed era stato elegantemente incastonato nella forma di un occhio umano - l'iride di un intenso azzurro - tra i quadranti della vecchia Alfa, il cui motore era naturalmente stato sostituito dai nuovi propulsori elettrici computerizzati. L'occhio dell'orologio rispose automaticamente alla muta richiesta di Toma, e gli mostrò l'ora: erano le  12.40. Il suo pensiero riprese a viaggiare a ritroso nel tempo, mentre la palpebra si richiudeva e l'occhio-orologio tornava al suo perenne stato di dormiveglia… Toma in quel momento stava rivivendo le giornate di quarant'anni prima, quando non c'erano ancora le meraviglie della tecnica, così indispensabili per la vita d'oggi e nel contempo così frustranti.  Mi sento come se fossi uno schiavo: abitudini, lavoro, viaggi, tutto, proprio tutto, controllato dalle macchine. Altro che le sere passate al "Bar Roma" di via Venti Settembre a Padova, a "farsi il bianco" con gli amici ed i semi di zucca! Che spasso, Moi il poliziotto, Bruno il giornalaio, Gianni il messicano… Che tipini le sorelline al banco. Quella Luisa, poi, mi piaceva non poco…Quasi quasi le telefono. Anzi, adesso che ci ripenso, quasi quasi mi faccio un pisolino… Per un attimo ebbe la tentazione di allungare una mano verso il frigo-bar, ma subito la ritrasse: I sensori del computer di bordo avevano captato i suoi pensieri a proposito di una flute di prosecco, e sul monitor stavano già lampeggiando le cifre relative al suo tasso di glicemia… E' tutto uno schifo, e con questo traffico arriverò a Jesolo con un gran ritardo. Chissà se troverò qualcuno ad aspettarmi… Se continua così sarà già pomeriggio, saranno già tutti in spiaggia… Stava per prendere il videotelefono ma il gesto si fermò a metà: non aveva la minima idea di una possibile ora di arrivo e così tanto valeva spendere altri crediti. Chiuse gli occhi e si addormentò, non prima di aver pensato all'ora della sveglia: il computer centrale registrò tutto e lo affidò ai suoi banchi di memoria, ove incessantemente continuavano a fluire ed ad accumularsi tutti gli altri dati relativi al suo tratto di autostrada.

L’avvocato Mario Liccardo, Direttore generale dell’Autostrada Serenissima, grande esperto del traffico e di tutte le problematiche relative alla circolazione, anche quelle più astruse, in quel momento osservava sui settantadue megaschermi sulla parete nord del suo ufficio nella SD, la Superdirezione dell’Autostrada, le altrettante uscite di Mestre. Sulla parete alle sue spalle gli schermi delle rampe di accesso parevano mostrare con monotona similitudine tanti formicai: caleidoscopi in lento movimento, pensò… Era inquieto, non riusciva a capire perché. Analizzò la sensazione: non sono affatto preoccupato, concluse. E si ritrovò a pensare a quand’era assessore al traffico della Città di Padova. Allora, negli anni ’90, sì che c’erano problemi di circolazione… Togli un senso unico di qua, mettine tre qui e là, facciamo una prova in bici e se non va, ci pensiamo domani… Quelli sì erano bei tempi, altro che adesso, con il computer che fa tutto e ti toglie anche il gusto di pensare… Liccardo si sistemò sulla poltrona da lavoro, ed immediatamente un occhio del computer lo guardò interrogativamente dal centro dello schermo: “mostrami la situazione”, gli disse. Sull’autostrada, da Padova a Mestre, in quel momento c’erano 72 auto sulla corsia riservata ai servizi di sicurezza, 25.690 tra pullman,Tir e altri veicoli sulle corsie riservate al traffico commerciale, 46.843 vetture sulle altre corsie. AT-86552 affidò i dati alle sue memorie, registrando nel contempo i bytes che a centinaia di migliaia, a milioni continuavano incessantemente ad affluirgli da tutti gli altri terminali... E ridusse ancora la velocità: da 10 a 8 chilometri.


Dalla piazzola di sosta, Sandro Rapi guidò verso l'ingresso dell'autostrada la sua Fiatni, guardando preoccupato il fiume di auto che si intravvedevano affiancate sulle corsie dell'autostrada. Al suo fianco, la moglie sbuffava, mentre sui sedili posteriori  il piccolo Marco continuava a richiedere i giochi elettronici al computer. E quando scattava la guida automatica, Sandro Rapi udì il figlio che gridava al computer: "NO, CON QUESTO ADESSO CI GIOCHI TU!". AT-86552 analizzò la risposta, mentre il suo cervello di memorie continuava ad assorbire dati a migliaia, a decine di migliaia, a centinaia di migliaia di migliaia. E furono le parole di Marco che obbligarono il computer a distogliere una sia pur piccolissima parte dei suoi circuiti, e a far superare ad AT- 86552 il limite massimo di memorie disponibili ed impegnate. E fece l'unica cosa che gli era possibile: annullò tutto e riprese da zero i conteggi della giornata... "Guarda mamma - disse Marco – ci siamo solo noi sull’autostrada…”.


Domenico Tacchi era uscito di casa prima dell’alba per una battuta di pesca sul Livenza, nel Trevigiano. Lo attendevano gli amici del Bar “Da Ludovico”, ed avevano programmato un pranzetto di pesce alla griglia e prosecco DOC e BISBISBISDOC di Conegliano… ormai non farò più in tempo a pescare, speriamo di far in tempo per il pranzo… Domenico guardò sullo schermo retrovisore quel che accadeva alle sue spalle: la coda di auto sfumava in lontananza in una specie di bruma lattiginosa, irreale, fantastica… Ma che cavolo sta accadendo oggi?, si chiese. Cercò di concentrarsi sui particolari, senza riuscirci. La bruma sembrava infittirsi: non riesco a vedere neppure i cavalcavia, e sì che ce ne sono almeno trenta in questo tratto di autostrada… Guardò in avanti, e subito il cristallo si schiarì, mostrandogli l’esterno: anche qui la bruma lattiginosa sembrava avvolgere l’autostrada. A malapena si intravvedevano i veicoli che lo precedevano e che procedevano con la stessa, esasperante, sincronizzata lentezza. Un lampeggiante giallo sembrava avvicinarsi, e Domenico rimase a fissarlo affascinato: “Autostrada dell’Infinito – diceva il cartello – prossima uscita Saturno”.


Pierluigi Violin

16 Agosto 2010

DEDICATA A DOMENICO TACCHI


Ó Questa Fanzine è depositata e registrata. Vietata la riproduzione, anche parziale. Copia N° 2.923



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Stavo sotto la doccia. Io, DOMENICO TACCHI – DOMINUS per gli amici -, stavo sotto la doccia e… pensavo…! “…non sono un assassino. Non sono un assassino…, ho salvato il mondo, ho salvato il mondo dalla catastrofe, dovrebbero farmi un monumento…!!!”



Nessuno sapeva com’era cominciata.

Nessuno sapeva da dove, né come, né perché.

Fatto sta che un giorno, una dolce mattina di primavera, alla Guizza, d’improvviso si vide un topo gigantesco.

Era grande come un cane Terranova, ed usci tranquillamente da un tombino: teneva tra le zampe anteriori un clarinetto e… suonava!

Sì, proprio così. Suonava!

Incredibile? Sì, certo. Ed ancora più incredibile era il fatto che suonava bene.

Anzi, maledettamente bene.






Il Maestro Muti lo avrebbe messo in prima fila, e gli avrebbe dato la mano alla fine dell’esecuzione:
suonava straordinariamente bene.

Un’interpretazione coi fiocchi, come si suol dire.




Era bravo, veramente bravo.


Suonava la Marcia Trionfale, dall’Aida di Giuseppe Verdi





Al suo apparire la gente cominciò a fermarsi lungo i marciapiedi, ed anche gli automobilisti rallentarono, e si fermarono.




La marcia dell’Aida: che musica!, che genio, Giuseppe Verdi: ecco l’andante d’inizio, ed il crescendo che sale di tono, mentre da altri tombini escono altri toponi, con trombe, violini, viole, fagotti, oboe, toponi e toponi, fiati e ottoni, violini, viole, contrabbassi, fisarmoniche ed arpe, corni e… timpani!!!




La marcia dell’Aida si dispiega alla Guizza ed investe tutto e tutti, il crescendo maestoso si fa sempre più forte sul finale, e poi la marcia riprende d’accapo! Trema la strada, scoppiano i vetri delle auto e le vetrate dei negozi, e dai tombini continua incessante l’afflusso dei toponi musicisti. La Guizza ne è invasa, e l’immane, inconcepibile orchestra s’avvia in parte sul ponte del Bassanello, in parte sulla statale per Monselice.



Che musica, la marcia dell’Aida! Che genio, Giuseppe Verdi…!!!



Avrei saputo dopo la storia dei topi.

Uno, operato al cervello, era stato sottoposto ad un bombardamento di iso-topi. Gli piaceva la grancassa, gli piaceva la musica. Cominciò a crescere, all’inizio lentamente poi con sempre maggior rapidità e…incredibile a dirsi, si nutriva di energia! Proprio così: non aveva alcun bisogno di mangiare! E non solo: le mutazioni genetiche avevano fatto sì che il topone si riproducesse per scissione. Cioè i toponi non avevano più bisogno delle topine, e le topine stavano benissimo senza i toponi. Si riproducevano, così: tic-tac! Ed il topone diventava due topini, che in brevissimo tempo diventavano due toponi, che si riproducevano per scissione e diventavano quattro, poi otto, poi sedici, poi trentadue, poi sessantaquattro, e così vià, il tutto moltiplicato per dieci, cento, mille, milioni di toponi!!!   


Dunque, dal Bassanello lo stuolo di toponi si diresse verso il centro storico di Padova. Suonando, naturalmente: e le note della Marcia Trionfale dell’Aida facevano oramai tremare tutta la città. I toponi, a corto di strumenti musicali, raggiunsero la Via del Santo e saccheggiarono il negozio di Zin, strumenti musicali, poi s’affollarono in Via Degli Zabarella ed in Via Dante, e saccheggiarono i negozi di Bettin, mentre altre torme di toponi saccheggiavano il negozio di Castellan, in Piazza De Gasperi, ed ancora il negozio di Bettin, adiacente il Cavalcavia per Chiesanuova.




Che musica, la marcia dell’Aida! Che genio, Giuseppe Verdi…!!!

Ecco l’andante d’inizio, ed il crescendo che sale di tono, mentre dai tombini escono altri toponi, con trombe, violini, viole, fagotti, oboe, toponi e toponi, fiati e ottoni, violini, viole, contrabbassi, fisarmoniche ed arpe, corni e… timpani!!!


La marcia dell’Aida si dispiega ed investe tutto e tutti, il crescendo maestoso si fa sempre più forte sul finale, e poi la marcia riprende d’accapo! E dai tombini è incessante la processione di toponi grossi come i cani Terranova, che escono e saccheggiano negozi e case, per dar sfogo alla disperata fame di strumenti musicali…




Oramai sono milioni e milioni, forse miliardi. Padova ne è letteralmente sommersa, e la gente sgomenta, atterrita, annichilita fa quel che può per difendersi… Ho preso un mitra al primo poliziotto che passava, e con tre caricatori mi sono rifugiato in soffitta. E aspetto, aspetto…



D’improvviso, nella città devastata, s’è fatto silenzio. I toponi? Guardo fuori, non c’è niente in strada. Si sente appena la Marcia dell’Aida: ed è un concerto che s’allontana. Capisco che i toponi si sono diretti verso Venezia, verso Vicenza; Monselice ed Este sono state già saccheggiate…, verso Rovigo e Ferrara… stanno cercando strumenti musicali.


Dopo sette giorni tutta l’Europa era invasa e semidistrutta, ed un bomba atomica lanciata su Roma aveva ucciso tutti e distrutto tutto, tranne i toponi che erano invulnerabili, e che tranquillamente si stavano dirigendo ora verso l’America, l’Oceania, la Cina, l’Asia e l’Africa!



  





Mentre sto per scendere in strada, mi squilla il cellulare. E’ Checco Van Gotten! Mi chiama dal suo laboratorio, alla Guizza. “Ciao – mi dice – puoi venire subito da me? Ho una cosa strabiliante da farti vedere…”. Prendo la bici e corro alla Guizza: Van Gotten è alla porta che mi aspetta: ha i vestiti in disordine, i capelli diritti sulla testa, gli occhi allucinati, un sorriso strano: “vieni a vedere”, mi dice perentorio.




Mi fa strada, e lo seguo: nel suo salone-laboratorio c’è un vecchio pianoforte: sullo sgabello due gatti giganteschi cantano a squarciagola, suonando a otto zampe “COME PIOVEVA”.  
“Li  ho appena operati al cervello, - mi dice Van Gotten – che te ne pare…?”



Ho preso il mitra e gli ho sparato.


Stavo sotto la doccia. Io, DOMENICO TACCHI –DOMINUS per gli amici-, stavo sotto la doccia gelata, legato ad una sedia nel carcere dei Due Palazzi, e… pensavo…! “…non sono un assassino. Non sono un assassino…, ho salvato il mondo, ho salvato il mondo dalla catastrofe, dovrebbero farmi un monumento…!!!”


* * * * * *




ÓQuesta Fanzine è depositata e registrata.

Vietata la riproduzione, anche parziale.

Dedicata a DOMENICO TACCHI il 15 Agosto 2010.

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La Metamorfosi


CERCO’ ancora una volta – quante volte l’ho già fatto? Non riesco neppure a ricordarle… - di analizzare le spiacevoli sensazioni che la malattia gli causava – da quanto tempo? Non ricordo neppure da quando… - ed il tipo di sofferenza che ne derivava. Se avesse potuto misurare il tempo come gli esseri umani, avrebbe saputo che la sua malattia si era iniziata già da un paio di secoli, e via via si era andata aggravando, malgrado le immense risorse naturali di quella grande creatura dello spazio… e se degli umani avesse avuto soltanto una centesima parte delle capacità di ragionare e capire e reagire, avrebbe saputo che esisteva soltanto una cura possibile e sicura, e che quest’unica cura era semplicissima!

 

e se avesse saputo che il suo cuore poteva anche fermarsi per sempre, forse sarebbe impazzito.

Ecco che mi risento debolissimo… Sapeva di esistere, ma non ricordava né fanciullezza né adolescenza, capiva di vivere, e non sapeva neppure da dove veniva e dove sarebbe andato…

Esisteva da molti miliardi di anni, e tuttavia era ancor giovane. Ma la sua pelle era cambiata, ora era secca e rugosa, e sempre più spesso i tremori convulsi lo colpivano qua e là. Minato dalla malattia, l’Essere continuava a muoversi imperturbabile nello spazio, crogiolandosi al sole… Pur sentendosi debolissimo, notò allora un altro sintomo: respirava con difficoltà, gli sembrava anzi che il suo organismo si rifiutasse di respirare. Anche la vista mi si sta annebbiando… Cosa sta accadendo?…

 

L’ESSERE non capiva ancora, non sapeva, viveva o sopravviveva?… e la sua limitata intelligenza non gli permetteva di scrollarsi di dosso la malattia che ormai s’avvicinava al suo apice… La sua anima – l’anima di un grande Essere – pareva quasi volesse urlargli di far presto, presto, presto…, ma Lui non la sentiva quasi più e pian piano s’abbandonò al sonno dell’agonia…

 

DALL’AMPIA vetrata della sala di controllo della piattaforma che dalla banchisa dell'Artico aveva spinto la trivella oltre i 7.000 metri, il Comandante Ludovico Luise guardava le attrezzature di perforazione tristemente ferme: le valvole di erogazione erano tutte aperte, ma non ne usciva più una goccia di petrolio… Repentina scese la notte eterna: mentre nel cielo brillava un’altra nuova stella il Comandante si sentì immensamente felice: dispiegò le lunghe eteree ali e s’involò verso l’alto, sempre più in alto, sempre più in alto…

 

 

ã Tutti i diritti riservati. E’ vietata la riproduzione anche parziale. Copia N° 546 dedicata al

Comandante Ludovico Luise

24 Maggio 2010

  


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DA “IL METROBUS SECONDO GIUSTINA” – A. 2004 D.C.


IL METROBUS E' un veicolo per il trasporto pubblico su gomma, è silenzioso e utilizza motori elettrici non inquinanti.

E' composto da carrozze, collegate da elementi snodati, che ne consentono il passaggio dall'una all'altra. Il 70% della sua superficie è trasparente e consente una perfetta visione verso l'esterno. Gli interni sono confortevoli, sicuri e climatizzati. Il pianale ribassato consente a tutti di salire a bordo senza difficoltà.


Il Metrobus è alimentato da un'unica linea elettrica aerea di contatto, ma è in grado di operare autonomamente per percorsi limitati, disponendo di accumulatori; il motore è concepito in modo da poter generare corrente durante la marcia. Questo gli consente, nelle zone di maggior valore architettonico e storico, di funzionare senza alimentazione aerea.


Un sistema di guida innovativo vincola il Metrobus a una rotaia centrale di dimensioni ridotte che, inserita nel manto stradale, rende il veicolo estremamente stabile e sicuro per i passeggeri. Questo nuovo sistema, differente dal tram tradizionale, richiede scavi limitati (appena 20 cm di profondità) e quindi cantieri più ridotti, rendendosi compatibile con la viabilità locale.


Passa ogni 5 minuti e un sistema centralizzato di comando, collegato alla rete dei semafori, agevola le percorrenze del Metrobus, garantendo il rispetto dei tempi previsti. Alle fermate sono disponibili eleganti pensiline coperte e illuminate.


Ha i colori di Padova: il blu del cielo della Cappella degli Scrovegni all'esterno, all'interno il giallo e il rosso amati da Giotto…




DA “ANNALI DEL PIANETA TERRA” – 24 . 03. 2007  D.C.

CHECCO VAN GOTTEN – al secolo Francesco Marchiori - controllò ancora una volta l'ora: il suo nuovo ultrapreciso orologio

delle Ferrovie Svizzere, che sentendosi guardato gli mostrò l'ora. Erano le 11 e 12 minuti del 24 Marzo 2007.


UN GRAN giorno per la città e per me, pensò Van Gotten: il giorno dell'inaugurazione del "METROBUS” a Padova, il programma del Sindaco Flavio Zanonato, modificato dalla Giustina in pochi mesi e molte battaglie in Consiglio comunale e quindi realizzato dal rieletto Flavio Zanonato, cosicchè alcune strade erano divenute pedonali e tutte le altre ospitavano il binario per i treni ultramoderni che a ritmo incalzante avrebbero collegato tutto e tutti...


VAN GOTTEN, Padovano Eccellente, era stato sorteggiato per guidare quel giorno il convoglio "PADOVA 3". Non che fosse impegnativo: doveva semplicemente dare il via al momento della partenza premendo un pulsante rosso , ed il computer di bordo avrebbe guidato con la massima sicurezza  il convoglio fino all'arrivo, rispettando scrupolosamente gli orari e le fermate. A Van Gotten era tuttavia eccezionalmente permesso, quel giorno, di azionare di tanto in tanto i caratteristici segnali acustici… E alle 11 e 15 in punto il Checco schiacciò il pulsante!


ERANO GIÀ’ partiti prima i convogli "Padova 1", alle 10 e 45 e "Padova 2", alle 11. Sarebbero seguiti altri sette convogli: praticamente tutti quelli disponibili. Tutti erano collegati al computer centrale, che occupava  un'intera ala del Municipio, e davanti all'enorme monitor che rappresentava l'intera città, gli operatori - vigili urbani in alta uniforme - tenevano sott'occhio la situazione. Non c'erano preoccupazioni: il computer centrale e gli altri 10 ad esso collegati, non lasciavano spazio ad errori.









IL CONVOGLIO "Padova 3" impiegava 27 minuti - soste comprese per svariate fermate intermedie - per arrivare a Battaglia Terme partendo da Cadoneghe, passando l'Arcella e sul Borgomagno,  Corso del Popolo, inizio Riviera Tito Livio, Galleria Garibaldi: sfrecciava davanti al Pedrocchi per toccare Piazza delle Erbe, infilava il Volto e passava per Piazza della Frutta e sotto il Salone, dal Canton del Gallo prendeva quindi la via Roma - rigorosamente vietata al traffico - e sostava al Prato della Valle, per proseguire verso il Bassanello e Battaglia, da dove sarebbe ripartito dopo tre minuti di sosta, per ritornare in senso inverso a Cadoneghe in altri 27 minuti, e ripartire alle 12 e 15, per finire la giornata a Cadoneghe, alle 22 e 12… Era composto da tre grandi carrozze, capaci di ospitare cinquecento persone, con servizi in grado di soddisfare qualsiasi esigenza. Al centro, la seconda carrozza era dotata di un ristorante con cucina tipica padovana, gestito da certo Sergio Aloa (già noto art director di svariate cicchetterie), di un ritrovo d'assaggio affidato al Gegè (ex sommergibilista, specialista in affogati) e di un piacevolissimo bar, gestito da Giorgia tet-a-tet, che aveva vinto l'appalto sotto il Salone.


AL COMPUTER del  "Padova 3" erano collegati tutti coloro che si trovavano sul treno: passeggeri e personale. Potevano ascoltare musica, o guardare la Tv Digitale 3 D, o prenotare servizi, semplicemente richiedendoli al computer tramite il microfonino collegato alla cuffia. Per i bambini erano previsti dei videogiochi: roulette e poker, con puntate esclusivamente in euro. Era obbligatorio perdere e potevano giocare anche senza soldi: avrebbero pagato i genitori o i nonni, e all'incasso provvedeva l'Esattoria…


NELLA PIAZZETTA del Pedrocchi, le autorità accorse per l'occasione si disputavano i posti a sedere a pugni e schiaffi: già quattro volte erano intervenuti i carabinieri, mentre Mastro Van Gotten, erano le 11, 32 minuti e 10 secondi ed il suo treno era sul Borgomagno, stanco di non poter parlare con alcuno, azionò il microfonino e disse al computer: "casso, so stufo, cossa se magna?" "All’Aloa Food - rispose pronto il computer - oggi ci sono risottini d'erbe, uova e asparagi, sarde ai ferri, fagiolini all'uccelletto e vin bon"… "Senti - ribattè Checco - on co' no gò fame, vago al Salon, che ghe ze i do Rini,, Gegè l'Amour, Sergio Alpin e 'el maestro Novino, l'Architetto Dino e l'Avvocato… Dighe che i me fassa un panin e che ‘eà me prepara do ombre de’ Sovignon…, mi torno dopo, rancete ti…".


ALLE 11 E 35 l'Ammiraglio dei Vigili che presiedeva la sala di controllo in municipio lanciò un urlo: "Mama… il TRE non c'è più…". E il panico s'impossessò di tutti, mentre frenetiche si susseguivano le chiamate ai telefonini:"… il cliente da Lei chiamato non è al momento raggiungibile…". Polizia e Carabinieri cominciarono le ricerche del del convoglio 3, mentre Nico della Croce Rossa veniva messo in allarme ed i pompieri cominciavano a tirar fuori le pompe. L'agitazione intanto si estendeva a macchia d'olio al Pedrocchi, dove le autorità sussultavano non appena i portaborse sussurravano all'orecchio l'accaduto, ed alle fermate s'agitavano i passeggeri ed i pellegrini in attesa, mentre le TV locali, che seguivano la grande giornata in diretta, aspettavano un comunicato ufficiale ed intanto mandavano in onda la pubblicità dei fiori di Galdino, del bianco di Berto e dei profumi della Edvige... Bertinotti diceva che erano stati gli americani, Berlusconi invece no. I Bassotti continuavano a vendere bruscandoli…


VAN GOTTEN intanto, dopo il panino, tre ombre e l’ultima (…el dotore me gà proibio de magnare el geato… - E allora? -adesso eo ciucio…), lasciò l'elegante Bar del Salone e s'avviò verso la cabina di guida: riguardò l'orologio delle Ferrovie Svizzere - capolavoro di precisione -, che sentendosi guardato gli mostrò l'ora: erano le 11 e 45 minuti: riaccese il computer e "ecco, so' tornà: come va…?”, gli disse: e il convoglio Padova 3 uscì in Piazza della Frutta…


E’ riapparso il 3... gridò un operatore. Allibiti, tutti gli altri operatori guardavano le immagini sul grande schermo nella sala di controllo, quando l'Ammiraglio si mise a urlare: "…E' scomparso il numero 5, quello guidato da DOMENICO TACCHI...


Pierluigi Violin





Padova, 04 Settembre 2007


ÓQuesta Fanzine è depositata e registrata.

Vietata la riproduzione, anche parziale. Dedicata al dott. Domenico Tacchi.

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